Green Voice cresce in quantità e qualità. La community dei lettori (decisori e dirigenti pubblici, imprenditori e manager privati, professionisti, ricercatori) si allarga, il livello dei contenuti si arricchisce. In questo numero ospitiamo interventi interessanti (Gargiulo, Malavasi, Onofri, Spanto, Garau, Nonni, Ronci), parliamo di esperienze aziendali innovative (Dealer tecno, IsTECH, Loccioni, Underground Power), apriamo una nuova rubrica (Next) condotta da Francesco Andreani. Così il tempo per Green Voice non passa invano. Vorremmo dire lo stesso per l’Europa. Nel momento in cui scriviamo il Vecchio Continente si trova a vivere la peggiore delle crisi dal dopoguerra ad oggi. Una crisi non solo economica, ma sociale, di identità, di vocazione. Una crisi di cui non possiamo prevedere gli esiti. L’unica certezza che abbiamo è che non sarà un accorgimento fiscale o un espediente finanziario che potrà portarci fuori da una situazione così drammatica. L’Europa dovrebbe battere un colpo e diventare un corpo politico capace di governare i profondi cambiamenti a cui, volenti o nolenti, saremo costretti nei prossimi anni.
Così all’orizzonte si vede spuntare il drago cinese che, forte del suo capitalismo senza democrazia, procede a passo spedito verso la conquista di posizioni sempre più importanti sullo scenario internazionale. In queste ultime settimane si sono fatte insistenti le notizie, a partire dall’anticipazione del Financial Times del 12 settembre, secondo cui il governo italiano avrebbe chiesto alla Cina di provvedere a un «significativo» acquisto di titoli di Stato: contatti ci sarebbero stati tra esponenti dell’esecutivo, i responsabili della Cassa Depositi e Prestiti ela China InvestmentCorporation, il braccio operativo del governo cinese sui mercati internazionali.
Avanti con la Cina, ma intanto rilanciamo la visione europea.
